Nasce il terzo gruppo bancario europeo
Intesa incorpora Ubi
Ora punta a Rcs, editrice del “Corriere della Sera”

 
Intesa Sanpaolo ha definitivamente acquisito Ubi Banca in anticipo rispetto alla chiusura dell’offerta pubblica di acquisto e scambio lanciata nel febbraio scorso, fissata al 30 luglio.
Le adesioni all’offerta hanno raggiunto il 75,68%, e sono andate ben oltre la quota del 66,7% necessaria ad Intesa per controllare l’assemblea straordinaria e procedere quindi alla fusione di Ubi.
Ecco dunque che con questa colossale operazione da 652 milioni di euro, il capitalismo finanziario fa sorgere il settimo gruppo bancario europeo da 5 miliardi di euro di utile, terzo per capitalizzazione con un valore di 48 miliardi di euro, alle spalle di Bnp Paribas (67 miliardi) e Santander (65).
Per dimensione, lo precedono Santander, Bnp Paribas, Bbva, Bpce, Societe Generale e Deutsche Bank ma il neonato colosso bancario conta comunque su cifre enormi: 460 miliardi di impieghi, 1.100 miliardi di risparmi, ricavi per 21 miliardi e l’obiettivo già dichiarato per il 2022 è di realizzarne altri sei.
Alla fine nulla hanno potuto le perplessità più opportunistiche che altro, dei principali soci storici di Ubi, che avevano bocciato l’operazione definendola “ostile”, “inaccettabile” e “conveniente solo per Intesa”; tuttavia dopo le resistenze iniziali, è stata sufficiente l’aggiunta da parte dell’AD di Intesa, Messina, al concambio da 17 nuove azioni Intesa ogni 10 azioni dell’ex popolare, di una componente “cash” da 0,57 euro per azione, per sfaldare il fronte del no e far crescere smisuratamente le adesioni.
A inizio agosto, a operazione conclusa, l’AD di UBI Victor Massiah ha rassegnato le proprie dimissioni, intascandosi una buonuscita di circa 2,1 milioni di euro. Al suo gesto, formale quanto scontato in un contesto del genere, farà seguito quello del CDA, presieduto dalla destra Letizia Moratti.
 
UBI, figlia diretta della Banca della P2
Ubi è nata 12 anni fa da un accordo di potere e di capitali della borghesia bresciana e bergamasca, cucito su misura dall’oscuro burattinaio della finanza cattolica Giovanni Bazoli – già presidente anche della banca della Massoneria e della P2, il Banco Ambrosiano, e autore di decine di grosse operazioni di capitale - che sottrasse la sua “Banca Lombarda” alle mire del Santander di Emiliano Botin, per fonderlo poi con la bergamasca Bpu (Banche Popolari Unite). Botin per l’operazione fu ampiamente ricompensato facendogli rifilare la moribonda Antonveneta al Montepaschi, affossandolo del tutto.
Le ingerenze del capitale, la falsa autonomia e soprattutto l’inconsistenza delle regole della finanza borghese ha fatto si che UBI per anni sia stata eterodiretta - come afferma il Fatto Quotidiano – dallo stesso Bazoli che contemporaneamente era presidente della rivale Intesa, di cui oggi è presidente onorario.
 
L'obiettivo RCS
Secondo gli esperti, l’acquisizione proietta l’AD Messina e Alberto Nagel di Mediobanca, advisor dell’assalto, in una posizione di assoluta preminenza nella finanza italiana, in una triangolazione che ha coinvolto anche Unipol e la partecipata Bper che si prenderà 500 sportelli di Ubi per soddisfare le richieste dell’Antitrust.
Ma in un mondo di squali, non è saldo il potere economico se non lo si accompagna con l’imperitura influenza dei media, e così il consolidamento dell’asse Banca Intesa – Mediobanca è strumentale per un secondo attacco politico-finanziario a RCS di Urbano Cairo, editrice del Corriere della Sera , di cui Intesa è grande creditrice.
Il futuro di RCS sembrerebbe infatti appeso all’esito del contenzioso avviato da Cairo contro il fondo Blackstone sul palazzo della storica sede di via Solferino. La vicenda è relativa alla vendita del complesso immobiliare, dove ha sede anche il Corriere della Sera , al fondo Blackstone nel 2013 per un prezzo ritenuto ingiustificatamente basso da Cairo (120 milioni contro 190-200 secondo Cairo) che, ai tempi, era azionista con poco più del 3% e non era rappresentato in consiglio. Blackstone che stava poi per rivendere gli immobili ad Allianz si è vista sfumare l’operazione per le contestazioni dell’editore che nel frattempo aveva conquistato il controllo di Rcs. Blackstone, a sua volta, ha fatto causa a New York a Rcs e successivamente anche personalmente a Urbano Cairo con richieste di risarcimento per complessivi 600 milioni.
In questo quadro, spietato e tipico dell’affarismo capitalistico senza scrupoli, Messina punta a fare “scacco matto”, anche se a gettare ombre sulla stabilità di Intesa-Mediobanca ecco spuntare un altro squalo, Leonardo Del Vecchio di Luxottica, che ha lanciato l’assalto a Mediobanca e ha ricevuto l’autorizzazione della Bce ad arrivare fino al 20% delle azioni.
 
I lavoratori del settore ed i piccoli risparmiatori pagano le grandi operazioni bancarie
È chiaro che siamo di fronte all’ennesimo episodio di concentrazione del capitale, processo inevitabile del sistema bancario e finanziario capitalista, ma oltre a questa consapevolezza, il nostro sguardo non può che essere rivolto alle sorti dei circa 20 mila dipendenti di UBI Banca che saranno i primi a pagare in termini di salario, di diritti e di mobilità questa operazione speculativa e, subito dopo di essi, lo saranno i piccoli risparmiatori, sempre allo scuro degli obiettivi finali e delle conseguenze delle grandi operazioni sul capitale.
Il settore bancario oggi, o meglio in maniera più evidente dall’ultima crisi del capitalismo del 2008, vive momenti di particolare ristrutturazione per adeguarlo alle nuove necessità della borghesia al potere.
Molto è cambiato anche per i dipendenti, in un contesto nel quale ormai fiocca il precariato come altrove, il lavoro somministrato senza sicurezza e senza diritti, e l’applicazione di salari d’ingresso ridotti sono ormai applicati a tutti i neoassunti; di contro ecco l’aumento vertiginoso delle differenze fra il salario medio di un lavoratore del settore ed il guadagno di un dirigente che a volte raggiunge anche rapporti a tre cifre.
Il tutto senza considerare le continue erogazioni di soldi pubblici da parte di tutti i governi che si sono succeduti nei numerosi salvataggi di istituti al collasso, giustificati dalla necessità di salvaguardare l’occupazione ed il tessuto economico di interi territori coinvolti nelle crisi, ma che in realtà hanno reintegrato nelle casse bancarie ciò che è stato sottratto e dirottato dalle proprie dirigenze.
Ma per rendersi davvero conto di quella che è la parte debole del settore bancario ed assicurativo, basta guardare i numeri: -18,9% di dipendenti del settore bancario ed assicurativo in Italia dal 2008 ad oggi, pari a 470 mila posti di lavoro. Si capisce allora che i fondi pubblici ed il susseguirsi di operazioni sul capitale come quella oggetto di questo articolo, sono servite e servono tutt’ora esclusivamente a tutelare i profitti e gli astronomici stipendi dei supermanager della finanza, che conoscono soltanto incrementi.

11 novembre 2020